Bruxelles – “In linea di principio”, la riconversione dei fallimentari centri italiani per migranti in Albania in centri di permanenza per il rimpatrio “è conforme al diritto dell’Ue”. L’assist al governo Meloni arriva diretto dalla Commissione europea, che spiega: “Secondo le nostre informazioni, in questi centri si applicherebbe la normativa nazionale italiana“. Il condizionale è d’obbligo, perché da un anno a questa parte tutto ciò che ruota intorno al controverso progetto da quasi un miliardo di euro fortemente voluto dalla premier è ricoperto di incertezza.
Inevitabile, visto lo sconosciuto terreno giuridico su cui si muovono in parallelo Bruxelles e Roma nel tentativo di combattere l’immigrazione irregolare. La prima, aprendo alla possibilità per gli Stati membri di stipulare accordi bilaterali con Paesi terzi per trattenere sul proprio territorio persone migranti in attesa di rimpatrio nei Paesi d’origine, la seconda riadattando di conseguenza con un decreto legge la destinazione d’uso dei centri albanesi originariamente pensati per le procedure accelerate di persone migranti intercettate in mare e bloccati a più riprese dai giudici italiani.

Qui sorge un equivoco. Perché lo stesso commissario Ue per gli Affari interni, Magnus Brunner, nel presentare la proposta di Bruxelles sui return hubs aveva messo in chiaro che tali centri non sarebbero stati conformi al diritto europeo almeno fino alla fine del processo legislativo, che passa per il Parlamento europeo e per gli Stati membri e che, su un dossier così sensibile, potrebbe durare diversi mesi se non anni. Per altro, la proposta della Commissione europea è decisamente generica, e delega agli accordi tra Paesi “le specificità del modello di hub di rimpatrio“. Le condizioni di soggiorno, la durata massima della detenzione, gli eventuali scenari al termine di quest’ultima.
L’escamotage che aveva reso possibile – secondo Bruxelles – il piano di esternalizzazione delle procedure d’asilo in Albania è che nei centri di Shengjin e di Gjader si sarebbe applicata la giurisdizione italiana. In sostanza, la validità del Protocollo Italia-Albania si fonda su questa costruzione giuridica per cui i centri non si trovano tecnicamente sul territorio albanese, ma su un estensione di quello italiano dove poter condurre le procedure di frontiera.

Tale finzione giuridica è stata confermata con la trasformazione in CPR. Viceversa, bisognerebbe riaprire il Protocollo e sentire cosa ne pensa Edi Rama. Ecco perché oggi (31 marzo), Markus Lammert, portavoce della Commissione europea per gli Affari interni, ha potuto spiegare: “Quello che non è possibile implementare è il concetto degli hub di rimpatrio e l’Italia adesso si sta avvalendo della normativa nazionale“. In questo senso, il centro di Gjader (l’unico per cui è prevista la conversione in CPR) non è altro che un centro di permanenza per il rimpatrio italiano, alla stregua degli altri dieci presenti nello Stivale.
Questo non significa automaticamente che filerà tutto liscio per Meloni. Per esempio, ammettendo che l’Italia riesca a traferire persone migranti che hanno già ricevuto un ordine di rimpatrio in tali centri, non potrebbe poi effettivamente rimpatriarle attraverso un aeroporto in Albania, perché ciò costituirebbe un trasferimento illegale ai sensi del diritto europeo. Dovrebbe riportarle prima in Italia, con annessi costi e tempistiche. All’ok della Commissione europea, la destra italiana ha immediatamente esultato. Dal Parlamento europeo di Strasburgo, Carlo Fidanza (FdI-Ecr) ha dichiarato che Bruxelles “conferma la bontà del modello Meloni e la legittimità del modello Albania, in attesa di avere la definizione di una lista europea dei Paesi sicuri per effettuare rimpatri senza avere più sorprese da una parte di magistratura politicizzata che ci ha impedito finora di andare fino in fondo”.
Il governo italiano non ha rinunciato a rendere operativi i centri albanesi per il loro scopo originario, quello di dirottare le persone migranti intercettate in acque internazionali e suscettibili di essere sottoposte a procedure accelerate direttamente in Albania. Semplificando, l’idea di Meloni e Piantedosi era quella di portare in Albania i migranti provenienti da Paesi ritenuti sicuri (dall’Italia), a cui quindi sarebbe stata facilmente respinta la richiesta d’asilo. Ma i tribunali italiani, appoggiandosi a una sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue del 4 ottobre scorso, hanno ritenuto che i Paesi d’origine delle persone migranti in questione non potessero essere considerati sicuri. In un ennesimo ammiccamento a Meloni e alla destra europea, von der Leyen ha promesso che l’Ue stilerà una lista comune di Paesi sicuri, sbloccando così lo stallo del modello Albania.
Fino ad allora, Gjader potrà essere (purtroppo, viste le ripetute testimonianze di violazioni di diritti umani, non ultima dal Consiglio d’Europa) un altro Gradisca d’Isonzo, un altro Palazzo san Gervasio a Potenza, una via Corelli a Milano o Ponte Galeria a Roma.