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    Home » Editoriali » Ancora sul caso-Regeni: Ambasciator porta pena?

    Ancora sul caso-Regeni: Ambasciator porta pena?

    Adamo di Adamo
    21 Agosto 2017
    in Editoriali
    ambasciatore, Egitto, Regeni

    Giulio Regeni

    Sui significati e  risvolti della decisione del governo italiano di inviare nuovamente in Egitto il proprio massimo Rappresentante diplomatico, malgrado l’assenza di sviluppi di rilievo nelle indagini su circostanze e responsabilità della morte di Giulio Regeni, è stato scritto virtualmente di tutto. E da tutti: comprese penne di gran lunga più autorevoli e prestigiose del titolare di questa rubrichetta. Il quale ultimo peraltro, in tempi non sospetti, a questa stessa vicenda aveva già dedicato un proprio commento, che almeno ad avviso di chi scrive conserva ancor oggi intatta la sua attualità. (Chi fosse interessato a rileggerlo, puo’ trovarlo qui sotto).

    Cosa aggiungere allora al fiume di inchiostro e servizi televisivi che ci ha inondati  negli ultimi giorni, complice un reportage, ben documentato e prodigo di succosi dettagli, pubblicato dal Magazine del New York Times il giorno di Ferragosto?

    Alcune riflessioni in ordine sparso, che mi auguro invoglino a loro volta a riflettere i lettori di questo diario.

    Sulla scelta dei tempi innanzitutto: sia del governo italiano nel decidere d’inviare al Cairo il nuovo Ambasciatore, che della redazione del NYT di pubblicare un’inchiesta che opinionisti e commentatori politici si sono affrettati a bollare come ‘polpetta avvelenata’.

    Certo, scegliere la vigilia di Ferragosto per riportare alla normalità le relazioni diplomatiche bilaterali tra Italia ed Egitto appare, col senno di poi, una scelta mal consigliata.

    Probabilmente, è stata il frutto di una gestazione complessa (come tutte le decisioni che vanno assunte da una pluralità di attori, tanto più nel frastagliato panorama italiano), lunga e travagliata, rispetto a cui la pausa agostana rappresentava una di quelle scadenze che a volte funzionano come la proverbiale spada di Alessandro per i nodi di Gordio.

    Di certo, chi ha preso questa decisione non confidava nella distrazione dell’opinione pubblica, che del resto nel ciclo 24h 7/7 che caratterizza l’informazione ai tempi di Internet è in stato di mobilitazione permanente effettiva. Ciò non toglie che sarebbe stato prudente pensarci prima, al significato che sarebbe stato letto (con ogni probabilità, fraintendendolo) nella tempistica dell’annuncio.

    Ma tant’è: l’opinione pubblica a qualsiasi latitudine, e quella italiana è più regola che eccezione, tende comunque a diffidare delle intenzioni dei propri governi; consentire all’Ambasciatore Cantini di assumere le proprie funzioni al Cairo, dopo che queste erano state tenute in ghiaccio per più di un anno, sarebbe stata una decisione altamente controversa, in qualsiasi momento dell’anno fosse stata presa.

    Lo stesso principio vale per l’articolo della rivista patinata del NYT che ha alimentato ulteriori polemiche e dato la stura a interessanti congetture su manovre americane (o anglo-americane, vista l’affiliazione accademica del povero Giulio) in danno delle indagini italiane.

    In questo caso, converrebbe piuttosto tenere a mente lo slogan “all news that fit to print”, che, oltre ad accompagnare la testata del quotidiano newyorchese, è iscritto nel codice genetico di coloro che ci lavorano. È abbastanza evidente che un reportage ben scritto e documentato ma che sostanzialmente non aggiunge nulla, a distanza di tempo dai tragici eventi a cui si riferisce, acquista un’altra rilevanza all’indomani della notizia che l’Italia invierà il proprio Ambasciatore in Egitto. E non occorre avere troppa dimestichezza col lavoro delle redazioni per immaginare l’articolo del bravo Declan Walsh ripescato da una ghiacciaia simile a quella in cui giaceva la nomina del ‘nostro’ Cantini.

    Certo, a gonfiare il caso a dismisura i media italiani ci hanno messo del proprio: specialmente, con quell’enfasi un po’ spropositata di titoli come ‘Obama avvertì il governo italiano’ (come se il POTUS dell’epoca non avesse altro da fare che condividere soffiate con la sua controparte romana). Ma anche le allusioni alle prove schiaccianti, fornite dall’intelligence USA, sulle responsabilità egiziane ‘sino ai massimi livelli della leadership del Cairo’, quando dovrebbe essere chiaro che un conto è la condivisione di informazioni di intelligence, tipica della collaborazione tra servizi informativi, altro è l’assunzione di elementi probatori suscettibili di essere utilizzati in un procedimento giudiziario, come si vede puntualmente quando i tribunali europei annullano le decisioni dei governi di mettere al bando individui o organizzazioni sospettati di terrorismo, proprio perché assunte sulla base di fonti di intelligence che non hanno valore di prova.

    Qualche riflessione disincanta, e un po’ amara, infine, sul caso in sé. La ricerca di verità, il tentativo di fare piena luce come si usa dire in questi casi, è un dovere morale prima ancora che un imperativo politico. Altrettanto imperativo, tuttavia, è l’obbligo di non farsi illusioni. Da che essi esistono, e la storia dell’intelligence è quasi vecchia quanto quella dell’umanità, quello dei servizi segreti è il mondo degli omissis, di una penombra quanto mai refrattaria ai saltuari tentativi di portarvi un po’ di chiarezza. Tanto più in quei Paesi come l’Egitto in cui gli apparati di sicurezza occupano una posizione preminente, se non dominante; nei quali, se qualcuno bussa alla porta di casa di prima mattina, è sicuro che si tratti di un agente del Mukhabarat di turno, anziché del lattaio caro a Churchill.

    A proposito di mondi, o di visioni del mondo: se una verità emerge con sufficiente chiarezza da questa triste vicenda, è lo scontro tra prospettive (o civiltà, se si preferisce un’espressione più forte) divergenti, contrapposte. La visione hobbesiana di chi si sente parte di una lotta per la sopravvivenza, intesa anche in senso fisico (l’Egitto contemporaneo deve ancora sperimentare una transizione pacifica al potere), e che in quanto tale va condotta senza esclusione di colpi. La prospettiva post-moderna di chi impiega, con smisurato entusiasmo e in perfetta buona fede, le proprie energie al servizio del nobile ideale di un mondo globalizzato e pacificato, di lupi che dormono insieme con gli agnelli. In mezzo, i governi: che hanno il compito, non meno imperativo dei precedenti, di conoscere e gestire questa realtà complessa e non priva di trabocchetti e insidie; e hanno il dovere di farlo con lucidità e pazienza; se possibile, evitando le scorciatoie di slogan dall’apparenza accattivanti ma, in sostanza, vacui quando non controproducenti.

    È anche questo un senso possibile del ritorno di un Ambasciatore d’Italia in Egitto. Non certo colpo di spugna su una vicenda che, finché non sarà stata chiarita, continuerà a proiettare un’ombra luttuosa sulle relazioni bilaterali. Ma come passo necessario per intensificare gli sforzi in direzione di quel doveroso accertamento, in piena coscienza della difficoltà di un compito che resta però ineludibile.

    Tags: ambasciatoreegittoGiulio Regenipolemicheverità

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